La storia è una di quelle che ti prende e ti fa sfogliare avidamente le pagine di un libro, specie se ti appassiona come un giallo. Ancor più se è un giallo. La narrazione si svolge a Milano, alle porte di un’elezione importante. Le opposizioni gridano al complotto, denunciano le attività di malgoverno a livello nazionale. Si mostrano contrarie a qualsiasi scelta che possa mettere in discussione la democrazia e il portato costituzionale della repubblica e sbraitano in continuazione chiedendo le dimissioni di questo o di quel ministro.
Istantanea dei primi passi dell’infermieristica nell’Italia repubblicana
"Il mistero della giovane infermiera " di Dario Crapanzano
Sembra quasi una storia di oggi, invece si svolge in un’Italia, in una Milano, di settant’anni fa, alle porte delle politiche del ’53, quelle in cui le sinistre denunciavano come le elezioni del partito dei forchettoni.
Insomma, come già detto, il mondo che emerge dalle pagine del libro sembra, quasi, quello di oggi, almeno sul piano politico e istituzionale, mentre invece su quello sociale traspare tutto il clima di un decennio in cui il paese cercava di uscire dai drammi del dopoguerra, in cerca di un po’ di benessere; dopo un ventennio di dittatura fascista e un decennio di guerre continue.
In tale contesto, nella Milano operaia e industriale, operosa e liberale, anche se fortemente socialista, viene ritrovato, in un cantiere, il corpo privo di vita di una ragazza: Gemma.
La ragazza è stata da poco assunta in una piccola clinica privata come infermiera. Gemma è molto bella. Troppo. La Gemma l’è una gran bela tosa… con un fisico che nemmeno la Pampanini . Ovvio che la sua morte, per il commissario Arrigoni, deve essere per forza legata alla sua bellezza esuberante. Di conseguenza la lista dei sospettati sarà molto lunga e si dipanerà fra uomini invaghiti e donne gelose.
Il titolo del romanzo è: “Il mistero della giovane infermiera ”, scritto in uno stile un po’ d’antan, quasi con la stessa prosa degli anni ’50: troppo formale in qualche passaggio e un po’ scontato in alcune descrizioni. Caratteristiche che però arricchiscono il libro di un fascino narrativo che conduce il lettore in un viaggio a ritroso nel tempo, avvolgendolo in una ritrovata atmosfera propria da sempre della città di Sant’Ambrogio.
È la Milano dei Navigli e del panetùn (anche se la storia si svolge in estate), di Totò e Peppino che arrivano alla Stazione centrale, di Rocco e i suoi Fratelli e dell’improbabile criminalità dei Soliti Ignoti alla ricerca del colpo (rapina) con cui sistemarsi per sempre
Il romanzo non è un’opera recente. Scritto diversi anni fa è stato pubblicato da Mondadori nel 2016 ed è uno dei tanti lavori dello scomparso scrittore, e pubblicista, Dario Crapanzano, milanese doc innamorato della sua città che, come detto, in ogni riga scritta parla inevitabilmente del microcosmo che anima la metropoli, descrivendo vie, quartieri, piatti tipici, trattorie e ritrovi di ogni genere e i tanti personaggi della Milano del 1953 che facevano i più disparati lavori – i mesté – da tempo scomparsi.
E così, mentre il commissario Arrigoni si sposta da un luogo all’altro per interrogare questo o quel sospettato, ecco apparire l’umbrelè e l’anciuatt, el mulèta, el cadregàtt ed el sciustré. O meglio, per intendersi: l’ombrellaio e il venditore di acciughe sotto sale, l’arrotino, il riparatore di sedie di paglia ed il carbonaio.
E c’è poi l’infermiera, con il suo mondo altro , che pochi, lungo lo scorrere del romanzo, riescono a cogliere appieno. Per un semplice motivo, perché è il mondo che appartiene alla storia della professione.
È l’orizzonte umano e lavorativo dell’infermieristica che l’autore, con pochi tratti, riesce a mostrare quasi in una rappresentazione a metà strada fra la sociologia delle professioni e la storia sanitaria.
Gemma è un’infermiera degli anni ’50, assunta in una clinica privata senza che però abbia ancora conseguito alcun attestato abilitante. Quello verrà in seguito, per il momento fa pratica, come era a quel tempo per un qualsiasi mestierante: in fabbrica, in cantiere, o nei campi. Ed anche negli ospedali dove entravi magari con la raccomandazione di una suora, iniziavi facendo l’ausiliaria e poi, pian pianino…
Gemma è bella e volenterosa, e tanto basta. Inizia a lavorare in una clinica privata senza bisogno di un concorso o graduatorie di sorta. Entra con una segnalazione – una raccomandazione, nel senso positivo del termine – e piano piano comincerà a mettersi in evidenza.
Forse troppo, come detto, in quanto non sarà immune dalle attenzioni dei vari personaggi maschili creati da Crapanzano, fra cui il solito primario medico maiale di turno, conosciuto come tombeur de femme, forte più del potere posseduto che non di altri orpelli testosteronici.
Ed anche in questo caso, il contesto non differisce di molto da quello odierno, dalle banalità e dal chiacchiericcio da corsia, raccontate da qualche malalingua di turno. Ma quello narrato è il tempo del secondo dopoguerra dove, all’inizio degli anni ’50, l’infermieristica dell’Italia repubblicana muove i suoi primi passi. È il 1953 ed ancora non ci sono neanche i Collegi IPASVI, i quali saranno avviati a partire solo dall’anno seguente.
E proprio legato al contesto che è riuscito ben a ricostruire, Crapanzano, nel fissare l’immagine della sventurata infermiera, quasi sembra assegnare indirettamente un riconoscimento alla professione stessa quale indicatore cronologico dello scorrere delle storie e della storia .
Il personaggio di Gemma, insomma, nella sua identità di infermiera, diventa l’indicatore sociale, semplice e dannato, della rinascita sociale ed economica del paese, operato dalle tante italiane e italiani che si renderanno protagoniste, di lì a poco, del miracolo economico e dei molti cambiamenti che lo caratterizzeranno.
Ecco, il merito di Crapanzano, alla fine, è quello di regalarci un bel libro da leggere, un buon romanzo giallo da compulsare e un ritratto di una giovane infermiera che riesce a rendersi, anche nella passività del ruolo di vittima e nella finzione della narrazione, protagonista di una società che cambia. Alla fine, qualcosa che tutte le infermiere e gli infermieri sanno di loro stessi e dovrebbero rammentare un po’ più spesso. Buona lettura.
Commento (0)
Devi fare il login per lasciare un commento. Non sei iscritto ?